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Approfondimento

Venticinquennale della Scuola Superiore dell'Amministrazione dell'Interno e inaugurazione dell'anno Accademico 2005-2006

Prolusione del Prefetto Carlo Mosca "Etica e corpo prefettizio"

Venticinquennale della Scuola Superiore dell'Amministrazione dell'Interno e inaugurazione dell'anno Accademico 2005-2006


PROLUSIONE DEL PREFETTO CARLO MOSCA
Roma, 14 Dicembre 2005


Signor Ministro, Signori e Signore, Cari Colleghi,

 sono molti a riconoscere nella realtà che ci circonda una complessità senza precedenti e sono molti oggi quelli che affermano di trovarsi dinanzi a tempi difficili, a tempi ardui e faticosi.
 Questi tempi, questa realtà richiedono la concreta consapevolezza di quanti sono chiamati a responsabilità pubbliche i quali non possono e non debbono arrendersi dinanzi a tali oggettive difficoltà. Questo vale soprattutto per i pubblici funzionari e in modo particolare per i funzionari del Corpo prefettizio chiamati ad incarnare sul territorio l'unità della Repubblica, chiamati a rappresentare lo Stato e il Governo, ad essere garanti dell'esercizio delle libertà civili e sociali in un ambito di uguaglianza e di solidarietà, in un quadro di relazioni orizzontali in cui le stesse regioni, le stesse province, gli stessi comuni ciascuno nel rispetto delle proprie competenze, hanno pari dignità come luoghi di decisione democratica al servizio dei cittadini.
 Sono proprio i tempi difficili ad esigere la forza e il coraggio di una cultura dei valori capace di sostenere le sfide della società di oggi e più ancora di quella di domani, ad esigere una presa di coscienza dell'urgenza di vivere un'etica nei suoi fondamenti costitutivi, un'etica come scienza dei valori che pretende di dare un senso perfino a ciò che sembra incomprensibile, un'etica che sia fonte di motivazioni e di aspirazioni a fare bene, a far fare bene, a comunicare il bene comune proclamandolo nella quotidianità con una rigorosa coerenza dei comportamenti personali destinati a vivere l'etica e i valori scelti ed abbracciati.
 Ecco perchè da qualche tempo, da circa dieci anni, da quando cioè si è avvertita in maniera evidente la complessità degli stessi cambiamenti istituzionali i quali si fondano su una nuova visione di governance come governo orizzontale dei bisogni e delle risposte da dare ai bisogni, da quel tempo quindi la cultura dell'Amministrazione dell'Interno ha cominciato a pensare ed a chiedersi se fosse stata adeguatamente sviluppata una riflessione sull'etica, sui suoi valori in grado di accelerare i processi di consapevolezza della necessità di riscoprire un patrimonio antico fatto di certezze, quelle di cui oggi vi è bisogno, su cui ricostruire in una chiave attuale, con la duttilità che ha sempre contraddistinto il Corpo prefettizio, fedeli ad una missione inconfondibile, gli orientamenti comportamentali che più di quelli strutturali determinano la bontà o l'insufficienza delle soluzioni alle complesse problematiche di oggi.
 Ovviamente, pensare a queste cose ha assunto il significato di amministrare intelligentemente e saggiamente la cultura dell'Amministrazione per accumulare i risultati di un comune sentire derivato da un confronto a volte non facile su temi da alcuni ormai ritenuti superati o solo retorici e quindi per ritrasmettere più organicamente secondo una strategia disegnata e non secondo una formula affidata all'iniziativa individuale, quei valori costitutivi e fondanti di un'etica per e del Corpo prefettizio il quale proprio perchè risorsa umana pregiata, costituisce l'elemento essenziale per la vita e per il funzionamento dell'intero sistema prefettorale.
 Non si è trattato conseguentemente di ritrovare i cardini di una etica generale, ma di capire, sentire, riscoprire e vivere i sentimenti di un'antica etica professionale tracciata in oltre duecento anni di esperienza amministrativa riaffermando l'idea di una deontologia superiore, superiore solo perchè più esigente, di una deontologia cioè come complesso di doveri ispirati e attraversati da una serie di valori precisi, tipici di un Corpo di funzionari, di valori messi insieme per riconoscere un'identità, un essere, un modo di essere senza cui non è possibile un fare e un modo di fare, di valori riconoscibili e riconosciuti per scelta e non per imposizione, da rispettare secondo le regole dell'onore, da far rispettare con laica sacertà e rigorosa disciplina.
 Questa Scuola che celebra oggi i suoi venticinque anni di vita ha avuto, continua ad avere e deve continuare ad avere in futuro un ruolo determinante in questa strategia. Fu proprio qui nelle aule di questo istituto che in un manifesto, circa dieci anni fa, fu scritto a caratteri cubitali che l'etica era il primo obiettivo della missione didattica.
 Fu qui che a partire dal 1997 fu attivato un tavolo di riflessione sui valori e sull'identità del Corpo prefettizio chiamato progressivamente a compiti sempre più impegnativi, richiamato a fare amministrazione generale cioè amministrazione di sintesi, amministrazione di rete, di raccordo istituzionale delle varie componenti, di cuore intelligente che innerva tutto il territorio al quale dà impulsi e dal quale riceve impulsi.
 L'anno precedente, nel settembre del �96, dinanzi al Presidente della Repubblica, proprio in questa aula magna, erano stati esposti i risultati di una ricerca condotta dal Censis in cui si evidenziava la capacità del Ministero e dei Prefetti come essenziale nel garantire la coesione cioè la risorsa indispensabile per affrontare i problemi complessi di questa società i quali possono essere risolti se vi è un impegno alla sicurezza comune ma soprattutto se cresce e si mantiene nelle comunità locali la possibilità di fare integrazione, piena cittadinanza, corretta dinamica dei bisogni e dei diritti collettivi.
 Fu in quegli anni che la Scuola diventò un laboratorio di pensiero per teorizzare un pensiero nuovo dell'amministrazione rispettoso della tradizione ma proiettato al futuro, un futuro che ha visto e vedrà sempre di più la funzione di amministrazione generale diventare l'asse essenziale della funzione di governo del Paese perchè in grado di monitorare nella frammentazione del tessuto istituzionale gli interessi pubblici generali sollecitandone la cura e pretendendo dalle varie istanze territoriali il raggiungimento dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali.
 Fu proprio in questa Scuola - la esalto perchè intendo sottolinearne il ruolo svolto e il ruolo che svolge e potrà svolgere in avvenire - fu proprio in questa Scuola che si ebbe la forza di accreditare l'importanza di declinare il fare amministrazione generale, di elencare cioè, nel confronto con il mondo della cultura universitaria e con quello della politica, le forme e le misure di essa amministrazione generale, individuando le attribuzioni del Ministero dell'Interno, agevolando la perimetrazione dei campi nei quali esercitare l'amministrazione generale che permea orizzontalmente le funzioni di governo. Ciò contribuì a delineare in modo compiuto l'articolo 14 del decreto legislativo 300 del 1999 sulla riforma della organizzazione di governo. Ciò porto alla legge 266 del 1999 sulla riforma della carriera prefettizia e il successivo decreto legislativo 139 del 2000 che andò a definire la missione del Corpo prefettizio.
 Fu proprio di quegli anni la prima riflessione sul bisogno di essere all'altezza delle tradizioni di fronte alla riscoperta del prefetto, di fronte all'esaltazione della specifica identità prefettizia, di fronte a quanto si era chiamati a fare in un'Amministrazione che a maggiore ragione si confermava e pretendeva di essere amministrazione di garanzia dell'esercizio dei diritti di libertà e "nuovo motore" della coesione istituzionale, giuridico-ordinamentale, territoriale e sociale.
 Tutto ciò, accanto a quello che ho chiamato in apertura la complessità e la difficoltà dei tempi ha spinto a recuperare in fretta la dimensione etica e valoriale sottolineando luoghi e simboli di uno stile che tiene insieme funzionari che appartengono allo stesso Corpo, che hanno bisogno di riconoscere e di riconoscersi, di guidare e di essere guidati.
 Sono convinto del resto che nell'etica vi sia il segreto, proprio perchè scienza e scelta di valori che motiva e rafforza, che genera vigore, che genera responsabilità, - vi sia il segreto dicevo - del funzionamento corretto dei grandi Corpi e delle grandi istituzioni pubbliche. Una volta abbracciati i valori che l'etica propugna, diventa più facile comportarsi in un certo modo cioè in quel modo che è coerente ed è coerente con le missioni affidate alla struttura della quale si fa parte. Il valore dell'etica è anche questo: non insegnare prima ad altri, ma insegnare prima a noi stessi modi coerenti di essere e di operare al servizio degli altri. In tal senso l'etica può dare ai nostri interrogativi risposte per essere adeguati alla realtà e al vigore delle richieste che provengono dai cittadini. L'etica diventa così una guida all'azione, una guida alle decisione che altrimenti rischiano di essere troppo orientate al particolare e poco dirette all'interesse generale.
 L'etica quindi può e deve guidare al giusto fine, può e deve ritrovare il senso e lo stesso significato della missione pubblica, può e deve tracciare i confini e i limiti del nostro agire, può e deve indurci a riflettere, a ragionare prima di decidere, può e deve costringerci a verificare prima le conseguenze del nostro agire, può e deve essere strumento di riaggregazione attraverso i valori che propugna, dei comportamenti individuali.
 Ho ribadito più volte può e deve perchè il deve si fonda sul può; se non è possibile fare una cosa il pretenderla come dovere non è consentito.
 Se così non fosse, l'etica diventerebbe un puro slogan utilizzabile per non fare piuttosto che per fare. L'etica ci obbliga invece perchè può farlo, ad essere perfino più intelligenti sottraendoci ai nostri istinti non etici. L'etica ci consente dunque di affrontare, con gli strumenti giusti, la realtà di capire meglio perchè in sostanza ci offre un metodo di confronto, un metodo per affrontare nel modo migliore i problemi.
 Ma l'etica - e questo è stato fatto in questi ultimi anni - richiede pure un lavoro di sistematica dei valori che ne sono a fondamento, nel senso che è necessario esplicitarli con coraggio i valori per renderli comprensibili, per renderli riconoscibili a quanti debbono basare su di essi la propria identità, professionale nel nostro caso e a cui debbono fare riferimento nei loro comportamenti concreti e quotidiani.
 Il metodo etico disciplina quindi i punti nodali del percorso razionale da intraprendere per vivere quel tipo di identità, per sentirsi con buona ragione parte integrante di un Corpo di funzionari cui è affidata la funzione di amministrazione generale che significa anche attuazione delle politiche della sicurezza, della difesa e della protezione civile, della tutela del funzionamento della democrazia, del sostegno e del supporto di ogni autonomia territoriale e funzionale, coordinando, raccordando, indirizzando, armonizzando, informando, comunicando, semplificando e articolando ma nel contempo salvaguardando l'unità dell'ordinamento repubblicano.
 Tra i punti nodali quello della sistemazione dei valori appare preponderante per il riflesso inevitabile che produce sul piano della richiesta e rigorosa coerenza dei comportamenti.
 Compaiono quindi in questa sistematica valoriale costruita per l'identità e la funzione prefettizia l'etica del bene comune, l'etica della legalità, l'etica della libertà uguale e solidale, l'etica della coesione, l'etica della responsabilità. La sistematica disvela così la scelta dei valori che si è adottata, rivela i contorni di una precisa identità, rivela indirettamente i percorsi comportamentali che devono ispirarsi a tali valori.
 Mi soffermerò brevemente su questi parametri valoriali, che invero non sono stati elencati in una logica di necessaria priorità, anche se alcuni di essi hanno uno spessore e una valenza di carattere più generale, altri di natura più specifica. E' la loro assiemazione e la loro integrazione a farne un disegno progettuale identitario ed operativo.
 Preferirei parlare innanzitutto della responsabilità che è l'elemento di base della filosofia di impianto della riforma della carriera prefettizia.
 Si è detto e scritto, anche di recente, che per tutto il secolo scorso abbiamo ondeggiato tra una cultura etica delle buone intenzioni e una cultura etica della repressione e del controllo sociale e non abbiamo compreso o l'abbiamo fatto un po' tardi che l'etica tipica del mondo moderno è un'etica della responsabilità cioè un'etica dei soggetti che esercitano responsabilità all'interno della società, una responsabilità che non può essere riferita solo a noi stessi, ma deve essere pure una responsabilità verso gli altri. Ciò significa che ogni decisione, che l'etica della decisione deve ispirarsi ad un interesse necessariamente collettivo e non individuale, ad un interesse generale e non particolare. Ecco perchè vi è difficoltà nell'azione responsabile. Ecco perchè - come ha stigmatizzato recentemente il professore Antiseri che vedo e che ringrazio per la sua presenza - l'etica della intenzione è necessaria ma non sufficiente socialmente ed è quindi sopravanzata dall'etica della responsabilità che guarda ai risultati della propria azione. Voglio dire che la responsabilità sta nel farsi carico delle conseguenze del proprio agire che è ispirato dai valori, ma che deve produrre esiti positivi nel pubblico interesse; non può fermarsi cioè alla pura e semplice condivisione in astratto dei valori e poi, irresponsabilmente, sul piano concreto aprire una divaricazione tra l'intenzione di fare bene e l'irresponsabilità di non fare in concreto, bene.
 Vivere questa etica della responsabilità, questa etica dei risultati ci fa silenziosamente entrare nella storia della società che viene ad essere arricchita solo dagli esiti, dai risultati dei nostri comportamenti se essi mirano al bene comune che è strettamente connesso del rispetto della dignità umana e dei diritti inviolabili di ogni persona.
 Ecco così introdursi l'etica del bene comune che rappresenta la sostanza dell'altra espressione più volte usata per esprimere una missione essenziale del Corpo prefettizio: quella della cura dell'interesse generale, condizione peraltro per comprendere quale sia - lo dico soprattutto ai giovani Colleghi che da oggi entrano a far parte del Corpo prefettizio e che saluto con affetto e stima per il successo ottenuto nel superare le faticose e difficili prove concorsuali durate tre anni - per comprendere, dicevo, quale sia la vera legittimazione alla nostra presenza nella società e nelle istituzioni che abbiamo il dovere di difendere e di  rafforzare.
 Ma quale è il significato di bene comune? A porsi la richiesta fu addirittura Platone il quale affidò ai "guardiani" la funzione del comando perchè solo loro conoscono ciò che è il bene della Città. E così Aristotele che pose nel massimo rilievo l'importanza del bene comune per la teoria del diritto e dello Stato.
 San Tommaso d'Aquino affermò che la nozione stessa del diritto postula quella del bene comune perchè ogni legge deve o dovrebbe avere come obiettivo il bene comune. Ed Hobbes elencò il bene comune tra i requisiti per giudicare la bontà delle leggi.
 Certo non è facile definire a chi spetta oggi nello Stato moderno la sostanza, definire la sostanza del bene comune, ma è certo che se bene comune fosse la somma degli interessi dei singoli, diventerebbe facile affermare che non vi può essere bene comune dove il bene individuale sia sacrificato.
 Bene comune è quindi l'oggetto della cura dell'interesse generale che è diverso dall'interesse particolare, che è interesse pubblico e non è interesse privato, che è interesse di tutti e non è interesse di un singolo o di un gruppo. E' bene perchè produce utilità, benessere, perchè serve a soddisfare un bisogno, una necessità. E' comune perchè si riferisce ad una collettività di soggetti titolari di diritti e di doveri.
 L'etica del bene comune è quindi fondante per i comportamenti del Corpo prefettizio perchè diventa presupposto per l'etica della coesione quella sociale, quella istituzionale, quella territoriale, quella giuridico-ordinamentale la cui sintesi è efficacemente rappresentata da quella che si definisce la coesione nazionale, quella evocata tante volte alla nostra attenzione dal Presidente Ciampi che quest'anno in occasione della festa della Repubblica ha invitato tutti i Prefetti, ha dato loro la consegna di presidiare il valore della coesione sull'intero territorio nazionale. Parlare di coesione richiama infatti forte il richiamo all'unità perchè la coesione è intrisa di unità e di indivisibilità, cioè di forza di tenere tutto e tutti insieme, in maniera compatta, nell'interesse generale. Il Corpo prefettizio è chiamato ad essere una sentinella istituzionale che presidia la coesione come valore fondamentale del nostro Paese e della nostra democrazia. In questo quadro sono appunto quattro i pilastri da solidificare e da proteggere, quelli che fanno riferimento alla coesione territoriale, sociale, giuridico-ordinamentale e istituzionale. Ai prefetti così compete svolgere un'attenta azione di vigilanza, promozione, collaborazione affinchè si attui la "governance" fra tutti i soggetti che governano ai vari livelli il territorio, affinchè vengano poi ad essere rispettati ruoli e competenze da parte degli stessi governi territoriali per evitare confusioni di attribuzioni, affinchè venga ad essere evidenziata la libertà uguale e solidale. Per quest'ultimo profilo vanno utilizzati sempre di più gli strumenti offerti dalle conferenze permanenti che possono rappresentare un'architrave del sistema di relazioni, essere una risorsa per fare rete e per fare quindi coesione sociale, un organo capace di far crescere nelle stesse comunità territoriali i valori. Al Corpo prefettizio è richiesta una forza persuasiva che deve fare affidamento sulla autorevolezza della posizione e dell'azione di ciascuno, un'azione che va calibrata alla consapevolezza di un'alta missione.
 La forza persuasiva discende spesso dalla abilità di uno stile raffinato di "primazia cooperativa" in grado di manovrare la tessitura della rete istituzionale senza espropriare le competenze di alcun soggetto coinvolto che deve sentirsi libero nelle sue determinazioni.
 Uno stile che pervade in pieno l'etica della libertà uguale e solidale. Ho più volte riflettuto sulla constatazione che il Corpo prefettizio da oltre duecento anni interseca la storia e le vicende quotidiane del Paese ed è fedele ad una identità antica di natura generalista protesa ad affermare il valore di una libertà uguale, di una uguaglianza, e di una fraternità, un'identità fatta di senso di fedeltà alle Istituzioni e di senso dello Stato che significa poi cura dell'interesse generale, garanzia della coesione nazionale.
 Non può dimenticarsi che l'antica tradizione di questa Amministrazione si fonda su quel disegno cisalpino e preunitario della prima repubblica italiana del 1802 che chiedeva al Prefetto sul territorio la tutela della libertà, della uguaglianza e della coesione tra i cittadini, per rimuovere le condizioni di soggezione, di diversità e di conflittualità determinati da un sistema politico e sociale allora poco rispettoso della persona umana. L'Amministrazione dell'Interno è nata quindi come Amministrazione di garanzia, per esprimere cioè un'autentica funzione di servizio alla Comunità, un servizio nobile, un'alta causa soprattutto nel verificare che ai cittadini sia garantito - lo dicevo prima - il raggiungimento di quei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali.
 Intersecare le vicende quotidiane dei cittadini deve significare facilitarli e non ostacolarli a poter meglio esercitare i loro diritti di libertà positiva e negativa.
 In questo ambito il Corpo prefettizio deve sentirsi impegnato ed onorato nel ricercare ed apprestare quelle condizioni di sicurezza generale e di incolumità pubblica che sono strumenti di sviluppo e di crescita sociale nel rispetto delle leggi.


 In questa costruzione valoriale si innesta così in l'etica della legalità e del suo rispetto. E' un tema delicato questo, direi complesso, che non si può eludere o non si può rinviare ad un altro momento perchè esso investe le fondamenta di uno Stato di diritto e di una democrazia moderna, a meno che non si intenda accettare e cedere alla lusinga di affascinanti teorie pure presenti nel dibattito scientifico odierno, che addirittura ritengono superata la concezione dello Stato di diritto e lo stesso principio di legalità.
 L'etica della legalità ripropone la questione della legalità, della fiducia nelle pubbliche amministrazioni e nei suoi rappresentanti, che spesso negli ultimi decenni si sono trovati al centro di polemiche per non aver o non aver fatto rispettare la legalità. Viene in sostanza spontaneo chiedersi se esista oggi un significato nuovo di legalità, chi sia deputato e chiamato ad affermarlo, se occorre ripensare le certezze di una tradizione giuridica consolidata per traguardare nuove sponde navigando a vista in un mare di incertezze. Ed è poi vero che sia indispensabile partire dal presupposto di restituire la fiducia ai cittadini nelle pubbliche amministrazioni dando per verificato che esse non godano più della fiducia dei cittadini? Sovente, la genericità delle affermazioni penalizza ingiustamente interi settori delle pubbliche amministrazioni che invece si distinguono per efficienza ed efficacia delle loro attività.
 Comunque, qualunque sia l'atteggiamento scelto, occorre partire da una presa di coscienza del rapporto tra amministrazioni pubbliche e cittadini, soprattutto da parte dei funzionari del Corpo prefettizio che quando soprattutto sono investiti dell'incarico di Prefetti in sede sono pure autorità provinciali di pubblica sicurezza a responsabilità generale e quindi non possono esimersi dal rispettare la legalità e dal farla rispettare per riscuotere la fiducia della gente.
 Per un giuspositivista la legalità è conformità alla legge, è cioè rispetto della legge. Anche se una legge è o può apparire ingiusta, rispettarla è l'unico modo per rispettare la legalità. La legge ingiusta in democrazia va combattuta ma attraverso la battaglia politica, non attraverso la illegalità.
 Anche qui ci troviamo di fronte ad una complessità che non si può evitare.
 Le illegalità individuali si contrappongono alle illegalità di massa e di fronte a queste ultime da parte di alcuni sembrerebbe esservi un atteggiamento comprensivo se non addirittura giustificatorio prefigurando per esse, pure ricorrendo ad ardite teorie, una soluzione o una mediazione politica. Chi si piega o subisce il fascino di tali teorie produce o concorre a produrre un vulnus all'interesse generale perchè il rischio è che sull'interesse generale prevalga quello di gruppi.
 Il rispetto della legge, il dovere di rispettarla e di farla rispettare è principio fondamentale in uno Stato di diritto, è lo strumento per raggiungere la giustizia. La legalità non può pertanto essere selettiva, il rispetto della legge non si può pretendere da alcuni e da altri no, il rispetto non si affievolisce nei suoi contenuti in relazione al numero di coloro che violano la legge. Se la legalità fosse selettiva, la giustizia stessa finirebbe con l'essere selettiva. Una legalità e una giustizia selettive finirebbero con l'essere diseguali e poco solidali quindi.
 Ecco perchè il Corpo prefettizio deve ribadire la sua fede in uno dei principi fondamentali di uno Stato di diritto: quello di legalità. Non si può transigere sul se rispettare le regole o sul se farle rispettare. Su questo non vi possono essere e non vi debbono essere esitazioni. Quello su cui si può discutere semmai è invece sul come rispettarle, sul come farle rispettare. La necessità pratica può conseguentemente solo acconsentire ad una riflessione sul come rispettare o far rispettare la legge, mai sul se rispettarla o sul se farla rispettare.
 Il come tiene conto della complessità delle vicende che si verificano e che meritano intelligenza, prudenza e saggezza nel governo delle crisi. Il se comporta invece la coscienza che sempre la violazione della legge è illegalità e che qualunque ipotesi di dosaggio tra un livello di repressione e un livello di tolleranza non può mai riguardare il se rispettare la legge, il se far rispettare la legge.
 Mi rendo conto che spesso è più facile invocarla e proclamarla la legalità piuttosto che praticarla, ma sono convinto che i cittadini pretendono la legalità perchè è l'unico modo di tutelare la sicurezza che è uno dei diritti moderni sempre più emergenti.
 Tutto questo evoca l'etica della legalità che certamente non è osservanza delle forme ma della sostanza che è costituita dagli interessi pubblici generali garantiti dalla legge. L'etica della legalità diventa così, cari giovani colleghi, l'anima e la sostanza di un'azione amministrativa rispettosa del principio di democraticità proclamato dalla Costituzione repubblicana.
 Al Corpo prefettizio spetta molte volte farsi carico della difficile lettura della complessità, ma non rinunciando mai al valore della legalità che è valore costituzionale da rispettare prima di tutto e soprattutto, coltivando contestualmente la filosofia delle reti e della rete delle reti che è fatta di dialogo paziente, di leale collaborazione e di saggezza istituzionale.
 L'etica però come scienza dei valori impone al Corpo prefettizio di coltivare i valori ma pure di esercitare le virtù per dare concretezza e coerenza ai comportamenti, per verificare se gli obiettivi siano stati raggiunti nel rispetto dei valori. Ecco perché mi sembra importante per il Corpo prefettizio esercitare l'intelligenza e la volontà secondo prudenza, secondo temperanza, perseveranza, giustizia e fortezza.
 Ho completato le mie riflessioni sull'etica del Corpo prefettizio, quello che ho saltato lo potrete leggere poi nel documento che lascerò.
 Signor Ministro, desidero ringraziarLa per aver consentito e acconsentito che oggi mi fosse permesso di tenere la prolusione per l'apertura dell'Anno Accademico in occasione di un evento così significativo, quello della celebrazione del venticinquennale della fondazione della Scuola Superiore dell'Amministrazione dell'Interno, istituita nel 1980 - come ha ricordato la collega - grazie alla lungimirante intuizione dell'allora Direttore Generale Prefetto Buoncristiano che ci rende felici con la sua presenza odierna e grazie al trascinante impegno del primo Direttore dell'Istituto, un testimone ed un maestro, Prefetto Aldo Camporota.
 L'onore per me, Signor Ministro, è stato grande e lo serberò tra quelli più importanti della mia vita nel Corpo prefettizio perchè è proprio in questa Scuola, cuore colto ed intelligente dell'intera Amministrazione, alcuni anni fa ormai, quale Direttore ho vissuto la mia più bella ed esaltante esperienza professionale.




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